Intervista — Coltivare alimenti o carburanti sul nostro suolo?

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Article Pubblicato 21/09/2017 Ultima modifica 20/11/2017
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Solo un decennio fa, la produzione di biocarburanti dalle piante è stata salutata come un’alternativa ecologica ai combustibili fossili. Recentemente si è cominciato a considerarla una soluzione in concorrenza con la produzione di alimenti che non si è sempre rivelata efficace per ridurre le emissioni di gas a effetto serra o di inquinanti atmosferici. Abbiamo parlato con Irini Maltsoglou, responsabile per le risorse naturali presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), della produzione di biocarburanti e di agricoltura per sapere se e in che modo si possano praticare in modo sostenibile.
© Allan Harris

© Allan Harris

Perché la produzione di biocarburanti è tanto discussa negli ultimi anni?

Gli aspetti negativi dei biocarburanti riguardano, più in generale, la produzione agricola non sostenibile. Come avviene in ogni attività agricola, la produzione di biocarburanti può avere ripercussioni negative quando non tiene conto della comunità o della forza lavoro locale e quando non prende in considerazione il contesto socioambientale. Questa considerazione non è  immediata, nel senso che, come avviene per ogni forma di produzione agricola, èì necessario vedere che cosa si produce attualmente e come i biocarburanti si possano integrare in questa produzione locale. Inoltre dobbiamo valutare il potenziale produttivo di biocarburanti in termini di riduzione della povertà e di sviluppo economico nella regione.

Alla luce di questo, non possiamo dire che la produzione di biocarburanti sia di per sé un male; molto dipende dal tipo di pratiche agricole adottate e dalla loro sostenibilità. Per esempio, la produzione agricola in un’area forestale naturale (per quanto riguarda i biocarburanti o altri raccolti) avrebbe effetti particolarmente negativi perché utilizza un suolo che non dovrebbe essere toccato. D’altra parte, l’allestimento di strutture specifiche e sostenibili per la produzione di biocombustibili che utilizzino un terreno adatto, nel tentativo di coinvolgere i coltivatori locali, potrebbe risultare vantaggioso per la comunità locale e offrire nuove opportunità economiche.

La produzione di biocarburanti contende i terreni e le risorse idriche a quella di prodotti alimentari?

Questa dicotomia (biocarburanti o alimenti) semplifica eccessivamente una questione molto complessa. Innanzitutto, i biocarburanti sono assai specifici a seconda del contesto e del paese. Dobbiamo considerare la situazione del paese per stabilire se la produzione specifica di biocarburanti in questione sia praticabile in un paesaggio agricolo specifico. Allo stesso modo, dobbiamo sapere per quale motivo un paese produce biocarburanti e cosa intenda ottenere. L’obiettivo è entrare in un nuovo mercato agricolo o ridurre le emissioni di gas a effetto serra? Per esempio, in un paese dove attualmente i livelli di resa sono molto bassi e ulteriori investimenti possono favorire l’incremento della produttività agricola, i biocarburanti potrebbero costituire un’opzione valida una volta integrati nel sistema di produzione agricola.

Qualche anno fa gli esperti discutevano il rapporto tra i biocarburanti e l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Non c’era un consenso palese. Nel complesso, hanno concordato che un gran numero di fattori ha contribuito a tale aumento. La produzione di biocarburanti era uno di questi tanti fattori, accanto al calo degli investimenti nell’agricoltura, a quello delle scorte di cereali, alla crescita economica, ai cambiamenti del regime alimentare, ecc. Non sono stati invece concordi nello stabilire l’entità dell’influsso dei biocarburanti sul fenomeno suddetto. Lo spettro dei fattori era piuttosto ampio e il contributo dei biocarburanti variava dal 3 % al 75 % rispetto all’aumento dei prezzi.

I biocarburanti di seconda generazione sono più efficienti in termini di uso del suolo e dell’acqua?

In questa fase non è chiaro se i biocarburanti di seconda generazione rappresentino sempre una soluzione valida al problema oppure no; infatti, alcuni biocarburanti di prima generazione potrebbero costituire un’opzione molto più ragionevole in alcuni contesti specifici. La tecnologia di seconda generazione non è ancora matura e sembra essere ancora in una fase pilota o sperimentale. Ci sono inoltre problemi con le materie prime e la capacità tecnica; in altre parole, non sappiamo se possiamo produrre abbastanza raccolti adeguati o se disponiamo della giusta tecnologia e di una capacità produttiva sufficiente. Inoltre, la tecnologia di seconda generazione è ancora molto costosa.

Abbiamo fatto alcuni calcoli sommari confrontando una soluzione di prima generazione (barbabietola da zucchero) con una di seconda (miscanthus). Dai dati è emerso che, piantando barbabietole da zucchero (ossia un biocarburante di prima generazione), possiamo effettivamente ricavare più etanolo dallo stesso appezzamento di terreno di quanto ne otterremmo piantando miscanthus (una fonte di biocarburanti di seconda generazione). Nel caso del miscanthus ci occorrerebbe anche più acqua. Allo stesso modo, ci servirebbe più elettricità in quanto apporto energetico per produrre biocarburanti di seconda generazione, anche se ciò dipenderebbe molto dalla tecnologia scelta e dai possibili circuiti di feedback nel sistema di seconda generazione.

Questi aspetti dipendono dall’agricoltura di base: ti trovi in un paese che presenta condizioni particolarmente adeguate per produrre barbabietole da zucchero? Gli agricoltori hanno un’esperienza di lunga data con questo prodotto? In tal caso, la barbabietola da zucchero rappresenterebbe un’opzione migliore, soprattutto se consideriamo il livello di maturità della tecnologia disponibile. Sei in un paese dove la produzione di biocarburanti di seconda generazione è maggiormente praticabile? Se sì, questa potrebbe essere una soluzione. In questa fase, però, per realizzare un impianto di seconda generazione partendo da zero occorrono grandi investimenti. L’investimento necessario per una centrale a biocombustibile di seconda generazione è quattro-cinque volte maggiore dell’importo che serve per una centrale di prima generazione.

I biocarburanti possono diventare una fonte di energia pulita per l’Europa?

Indipendentemente in quale area dove ci si trovi, la domanda chiave è: i biocarburanti possono essere un’opzione sostenibile per l’energia pulita oppure no? Questo dipende moltissimo dal luogo di provenienza della materia prima e dalla possibilità di produrla in modo sostenibile. Il paese in questione dispone dei prodotti agricoli per procurarsi i biocarburanti? I coltivatori stanno cercando uno sbocco di mercato per i loro prodotti agricoli? Qual è l’obiettivo per cui si producono biocarburanti?

In Europa si ritiene che i biocombustibili riducano le emissioni di gas a effetto serra e al contempo diversifichino le fonti energetiche interne. In questo caso, bisogna domandarsi se la filiera specifica di biocarburanti raggiunga tali obiettivi. Il passo successivo sarebbe quindi quello di determinare se i paesi europei dispongano o meno della capacità di produrre a livello interno le materie prime o se dovranno attingervi fuori dall’Europa. Se l’obiettivo principale consiste nel diversificare le fonti energetiche interne e aumentare la sicurezza energetica, le materie prime andrebbero probabilmente prodotte in Europa; se invece la finalità è ridurre le emissioni di gas a effetto serra, potrebbero risultare praticabili anche altre opzioni.

Qual è il ruolo della FAO in relazione ai biocombustibili?

La FAO tratta di fatto un ambito più vasto perché si occupa di bioenergia, che per noi è una forma di energia rinnovabile ottenibile grazie all’agricoltura. Quando i paesi ci chiedono aiuto, cerchiamo innanzitutto di individuare la ragione principale per cui stanno prendendo in considerazione la bioenergia. Lo fanno per motivi di sicurezza energetica? Stanno cercando di stimolare il settore agricolo e creare posti di lavoro? Il motivo potrebbe essere anche costituito dalla produzione sostenibile di carbone di legna per cucinare e riscaldare. Si vogliono creare opportunità per lo sviluppo rurale o l’elettrificazione rurale? Sovente l’accesso rurale alle reti elettriche è molto limitato in tanti paesi in via di sviluppo e il ricorso ai residui agricoli per produrre elettricità potrebbe essere un’alternativa sostenibile quando tali residui sono inutilizzati.

Collaborando con i paesi, definiamo le soluzioni praticabili in base a determinati contesti ed esigenze specifici per paese. Abbiamo un’ampia gamma di strumenti per valutare il potenziale della bioenergia che integrano il settore agricolo e, pertanto, considerano l’aspetto della sicurezza alimentare, che ci serve per aiutare i paesi a formulare una tabella di marcia della bioenergia e valutare la loro capacità tecnica.

Negli ultimi anni abbiamo osservato più da vicino la produzione di residui agricoli e bioenergia. Stiamo cercando di esaminare quei residui agricoli che sono sostenibili e sicuri dal punto di vista alimentare. Per quanto ciò sia espressamente vietato nella maggior parte dei casi, molto spesso tali residui vengono bruciati e rappresentano un’ulteriore fonte di emissioni di gas a effetto serra. Perciò, lo sviluppo di filiere della bioenergia sulla base dei residui agricoli non ridurrebbe soltanto tali emissioni, ma al contempo potrebbe anche soddisfare parte dell’attuale fabbisogno energetico. Il prossimo anno esamineremo in che modo si potrebbe mobilitare questa biomassa. I residui agricoli sono spesso sparpagliati, ragion per cui raccoglierli è un problema; oltre ai centri di raccolta, potremmo anche analizzare i potenziali rendimenti per gli agricoltori e valutare quanto il settore potrebbe pagare in cambio del residuo. I residui agricoli potrebbero dunque diventare una merce troppo preziosa per essere bruciata.


 Irini Maltsoglou

Irini Maltsoglou

Responsabile per le risorse naturali (vicedirettore del team Energia)

Divisione Clima e ambiente (CBC)

Dipartimento Clima, biodiversità, terreni e acque

Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO)

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