Il cambiamento climatico e i mari

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Article Pubblicato 22/09/2015 Ultima modifica 11/07/2016 16:00
Il cambiamento climatico sta riscaldando gli oceani, causando l’acidificazione degli ambienti marini e modificando i modelli meteorologici. Questo insieme di fattori spesso non fa che esacerbare la pressione esercitata dalle attività umane sui mari, causando la perdita della biodiversità marina. Molte vite umane dipendono appunto dalla biodiversità e dalla conservazione degli ecosistemi marini: è quindi necessario agire in fretta per contenere il surriscaldamento degli oceani.

 Image © Dimitris Poursanidis, Environment & Me/EEA

Modifiche della catena alimentare marina

Gli oceani assorbono il calore presente nell’atmosfera. Le indagini mostrano che il surriscaldamento degli oceani ha colpito aree situate ben al di sotto della superficie oceanica nel corso degli ultimi decenni. Il surriscaldamento degli oceani ha forti conseguenze sulla vita marina e mette la biodiversità ancora più a repentaglio: ciò è particolarmente evidente nell’Atlantico nordorientale, dove il plancton è ora costretto a vivere in acque più calde. Alcuni copepodi si stanno spostando verso nord a una velocità di 200-250 km a decennio. Questi piccoli organismi sono situati alla base della catena alimentare: i pesci e altri animali che hanno il loro habitat nell’Atlantico nord orientale si nutrono proprio di questi copepodi e la loro distribuzione negli oceani potrebbe cambiare in seguito al loro spostamento verso nord.

Gli animali che si trovano a vivere al di fuori della propria fascia di temperatura ottimale consumano più energia per respirare, a scapito di altre funzioni. Di conseguenza, risultano indeboliti e quindi più vulnerabili alle malattie, consentendo ad altre specie, più adatte alle nuove temperature, di avvantaggiarsi nella competizione e di prendere il sopravvento.

Inoltre, le spore, le uova o la prole degli animali più deboli dovranno lottare per sopravvivere a temperature per loro non ottimali. La sofferenza di alcune specie nell’adattarsi alle nuove condizioni può riversarsi anche su altri organismi che dipendono da esse o che con esse interagiscono. In ultima analisi, questa catena di eventi influisce sul funzionamento generale dell’ecosistema portando alla perdita di biodiversità. Ciò è esattamente quel che sta succedendo ai copepodi che costituiscono la base alimentare di numerosi altri organismi: la loro difficoltà a sopravvivere influenza l’intera catena alimentare.

Gli animali situati a un livello superiore della catena alimentare faticano a trovare cibo e sono costretti a spostarsi per sopravvivere. In Europa, dove la temperatura superficiale del mare sta aumentando più rapidamente rispetto a quanto accade negli oceani, questi organismi si spostano prevalentemente verso nord. Tale fenomeno influisce anche sulle risorse ittiche: basti pensare al caso degli sgombri, che ora tendono a stazionare in aree più settentrionali, determinando serie conseguenze sui pescatori locali e, più in generale, sulle intere comunità che vivono nei pressi di zone costiere. Basti citare la famigerata “guerra dello sgombro” scoppiata tra l’UE e le Isole Faroe. Due elementi hanno contribuito a innescare la “guerra dello sgombro”: in parte la pesca eccessiva di melù (o potassolo) e in parte lo spostamento verso nord di specie ittiche quali l’aringa e lo sgombro a causa dell’innalzamento della temperatura del mare. Poiché i pesci tendevano a stazionare più tempo che in passato nelle acque faroesi, è sorto un contenzioso sui diritti di pesca: le isole Faroe sostenevano di avere diritto a pescare il pesce nelle loro acque, mentre la UE sosteneva che gli accordi sulle quote di pesca sostenibile erano stati violati, generando il rischio di pesca eccessiva e, di conseguenza, la perdita di proventi e posti di lavoro per l’UE. La controversia si è conclusa nel 2014, quando l’UE ha rimosso i divieti di importazione sul pesce pescato in acque faroesi; in cambio, i faroesi hanno acconsentito a cessare la pesca.

Acidificazione

Oltre ad assorbire il calore, gli oceani sono anche un serbatoio di anidride carbonica. Più CO2 entra nell’atmosfera, più ne viene assorbita dagli oceani; qui l’anidride carbonica si combina con l’acqua di mare generando acido carbonico che ne determina l’acidificazione. Gli oceani hanno assorbito più di un quarto dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane e rilasciata nell’atmosfera a partire dal 1750.

L’acidificazione degli oceani è stata storicamente associata a ciascuna delle cinque maggiori estinzioni verificatesi sulla terra. Al momento il tasso di acidificazione è 100 volte più rapido rispetto a quanto avvenuto nell’arco degli ultimi 55 milioni di anni, e le specie animali e vegetali potrebbero non riuscire ad adattarsi abbastanza velocemente.

L’acidificazione colpisce la vita marina in modi diversi. Ad esempio, i coralli, le cozze, le ostriche e tutti quegli organismi marini dotati di un guscio di carbonato di calcio sono ostacolati nel processo di costruzione delle proprie conchiglie o del proprio esoscheletro al decrescere del pH dell’acqua marina. Pertanto la riduzione antropogenica del pH delle acque potrebbe colpire interi ecosistemi marini.

Zone morte

L’aumento della temperatura degli oceani accelera inoltre il metabolismo degli organismi e innalza la loro richiesta di ossigeno, che, a sua volta, riduce la sua concentrazione in acqua, rendendo alcune parti dell’oceano totalmente inadatte alla vita marina.

L’ossigeno nel mare può inoltre risultare impoverito da un eccesso di nutrienti ad esempio riversati in mare dalla pioggia sottoforma di fertilizzanti per l’agricoltura. Questa sovrabbondanza di nutrienti (quali nitrati e fosfati) può verificarsi naturalmente, ma circa l’80 % dei nutrienti presenti in mare proviene da attività svolte sulla terraferma, vale a dire dalle reti fognarie, dagli scarichi industriali e civili e dalle acque reflue agricole. Il resto proviene principalmente da ossidi di azoto generati da combustibili fossili e prodotti dal traffico, dall’industria, dalle attività di generazione di energia e dal riscaldamento. Nelle aree d’Europa in cui i cambiamenti climatici hanno causato l’aumento delle precipitazioni e delle temperature, gli effetti della sovrabbondanza di nutrienti sono ancora più evidenti.

La sovrabbondanza di nutrienti innesca infatti un processo noto come “eutrofizzazione”, il quale causa un’eccessiva crescita vegetale. Quando ciò avviene in mare, la conseguenza più evidente è la cosiddetta fioritura algale. I processi di respirazione eccessiva della flora acquatica nonché la sua morte e putrefazione priva l’acqua di ossigeno, provocando un deficit che contribuisce alla formazione di aree di ipossia o “zone morte”, in cui per gli organismi aerobici è impossibile sopravvivere.

Zone morte si trovano nei mari europei parzialmente chiusi, quali il Mar Baltico e il Mar Nero. La temperatura dell’acqua nel Mar Baltico è aumentata di circa 2°C nell’ultimo secolo, il che ha contribuito all’estensione del fenomeno. Inoltre, la frequenza con cui le zone morte compaiono a livello globale è raddoppiata ogni dieci anni a partire dalla metà del 1900. Purtroppo, anche se si smettesse oggi stesso di riversare nutrienti nei mari europei, il lascito delle emissioni passate continuerebbe a causare la comparsa di tale aree per decenni prima che i mari possano tornare al loro stato precedente.

Un futuro incerto

Nonostante alcuni modelli si rifacciano a scenari possibili del cambiamento climatico, è difficile prevedere la reazione delle specie marine quando aumenterà la pressione a cui sono già sottoposti gli oceani. In compenso, sappiamo che è necessario intervenire per mitigare le conseguenze del cambiamento climatico e che è necessario farlo subito per contenere l’ulteriore surriscaldamento e acidificazione degli oceani nonché gli effetti che entrambi questi fenomeni hanno sull’ambiente e sul nostro benessere.

Il cambiamento climatico sta riscaldando gli oceani, causando l’acidificazione degli ambienti marini e modificando i modelli meteorologici. Questo insieme di fattori spesso non fa che esacerbare la pressione esercitata dalle attività umane sui nostri mari, provocando la perdita di biodiversità marina.

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