Far fronte ai cambiamenti climatici

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Article Pubblicato 22/09/2015 Ultima modifica 03/06/2016 01:12
Il 2014 è stato in assoluto l’anno più caldo, ma anche l’ennesimo anno di caldo record di una serie di decenni sempre più caldi. Per limitare il riscaldamento globale a non più di 2°C al di sopra dei livelli pre-industriali e ridurre al minimo gli impatti del cambiamento climatico, occorre operare un drastico taglio dei gas serra rilasciati nell’atmosfera. Anche se i governi stabiliscono degli obiettivi, sta al mondo dell’industria, alle aziende, alle autorità locali e alle singole famiglie entrare in azione. Ciò significa garantire la riduzione delle emissioni, stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, bloccare l’innalzamento delle temperature e intervenire per mitigare il cambiamento climatico.

 Image © Miroslav Milev, Environment & Me/EEA

Nel 2014 sono state registrate temperature più alte di 0,69°C rispetto alla media del XX secolo. Gli scienziati concordano sul fatto che il surriscaldamento è dovuto ai gas serra rilasciati nell'atmosfera in seguito alla combustione di carburanti fossili per attività umane. Questo surriscaldamento causa, a sua volta, il cambiamento climatico. Sin dalla rivoluzione industriale la quantità di gas serra presenti nell'atmosfera è andata gradualmente aumentando.

Il rilascio di gas serra come l'anidride carbonica (C02) e il metano (CH4) è il risultato di processi che avvengono normalmente in natura, ma anche dell'attività umana. La combustione di carburanti fossili genera ulteriore CO2 che va ad aggiungersi a quella già naturalmente presente nell'atmosfera. Inoltre, la deforestazione globale amplifica questo fenomeno, poiché riduce il numero di alberi, i quali rimuovono la CO2 dall'atmosfera. Al contempo, l'agricoltura e una cattiva gestione delle discariche contribuiscono al rilascio di metano. Inoltre, la combustione dei carburanti fossili porta al rilascio nell'atmosfera di inquinanti come gli ossidi di azoto, il biossido di zolfo e il particolato atmosferico. Alcuni di questi inquinanti contribuiscono al riscaldamento (o, nel caso degli aerosol, al raffreddamento) del clima.

Queste sostanze permangono a lungo nell'atmosfera e, poiché il loro effetto sull'atmosfera non è circoscritto all'area di rilascio, rendono l'impatto di questi gas sul clima del pianeta un problema di portata globale. Ne consegue che è necessario raggiungere un accordo mondiale in merito alla riduzione delle emissioni, fondamentale per prevenire la continua accelerazione del cambiamento climatico.

Un accordo globale sul cambiamento climatico

Quest'anno la Conferenza delle parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992 si riunirà a Parigi per fornire a livello politico internazionale una risposta al cambiamento climatico, coordinando gli interventi più innovativi. In base a quanto raggiunto in vent'anni di negoziati, la COP21 si è prefissata un fine ambizioso: un accordo globale e giuridicamente vincolante in merito al cambiamento climatico, con obiettivi stringenti sulle emissioni di gas serra, al quale tutti i paesi dovrebbero aderire. Si prevede che l'accordo contenga anche obiettivi e azioni relativi all'adattamento al cambiamento climatico, con attenzione particolare ai paesi in via di sviluppo.

Gli sforzi compiuti dall'Unione europea per ridurre le emissioni di gas serra stanno dando i risultati sperati. Infatti, l'UE sarà probabilmente in grado di raggiungere il suo obiettivo unilaterale di riduzione del 20 % delle emissioni rispetto al 1990 prima della scadenza prefissata del 2020. Inoltre, l'UE intende ridurre le emissioni interne di almeno il 40 % entro il 2030 e decarbonizzare ulteriorimente la propria economia entro il 2050. Tuttavia, nonostante il calo delle emissioni nella UE e la ridotta quota di emissioni europee rispetto al dato complessivo mondiale, a livello globale le emissioni di gas serra continuano ad aumentare.

Politiche governative e obiettivi

Alla COP15, tenuta a Copenaghen nel 2009, è stato stabilito un obiettivo generale: contenere il riscaldamento globale a un massimo di 2°C sopra i livelli pre-industriali. La COP21 intende ora adottare un "nuovo strumento" che traduca questo tetto in azioni da mettere in atto a partire dal 2020. Oltre all'adattamento al cambiamento climatico in atto, questo accordo internazionale dovrebbe contenere un ulteriore punto chiave: gli sforzi necessari per ridurre le emissioni di gas serra e promuovere la transizione verso società ed economie più resistenti al cambiamento climatico e a basso contenuto di carbonio.

Prima della COP21, i governi nazionali sono stati invitati a dichiarare pubblicamente le azioni che intendono attuare nell'ambito del nuovo accordo globale, le cosiddette INDC (Intended Nationally Determined Contributions ). L'Unione europea e i suoi Stati membri hanno già presentato le proprie INDC, impegnandosi a ridurre entro il 2030 le emissioni interne di gas serra di almeno il 40 % rispetto al 1990. Questo obiettivo vincolante deve essere raggiunto dall'intera UE ed è in linea con l'obiettivo UE di ridurre entro il 2050 le proprie emissioni di gas serra dell'80-95 % rispetto al 1990. L'UNFCCC intende pubblicare un rapporto di sintesi contenente tali impegni prima dell'effettivo svolgimento della COP21.

Per tenere fede a questi impegni, i governi dovranno sviluppare e mettere in atto politiche efficaci, quali, ad esempio, il Sistema per lo scambio di quote di emissione (ETS) dell'Unione europea: tale misura è fondamentale per mitigare il cambiamento climatico, poiché limita le emissioni provenienti da 12 000 centrali energetiche e impianti industriali in 31 paesi, ponendo un tetto alla quantità di emissioni di gas serra che verrà gradualmente abbassato nel tempo. La Commissione europea propone di ridurre del 43 % rispetto al 2005 le emissioni afferenti all'ETS entro il 2030. Le società quindi comprano e vendono quote di emissioni e, dopo un anno, devono restituire alle autorità quote sufficienti a coprire tutte le loro emissioni, pena pesanti sanzioni. Il sistema attribuisce un valore monetario al carbonio, offrendo sostanziali benefici a chi riduce le proprie emissioni. Inoltre, il sistema intende incoraggiare gli investimenti nelle energie pulite e a basso contenuto di carbonio.

Il messaggio trasmesso dai governi a chi inquina è chiaro: ridurre le emissioni non è una mera dimostrazione di buona volontà ambientale, ma anche una questione di profitto.

Energia e sfruttamento delle risorse

L'impatto ambientale delle attività industriali consiste principalmente nel consumo di energia, nei processi di produzione chimici e nell'uso delle risorse all'interno dei sistemi di produzione industriale. Fino a non molto tempo fa, si dava per scontato che una maggiore prosperità e crescita economica fossero intrinsecamente legate a un maggiore impatto ambientale negativo. Tuttavia, negli ultimi vent'anni alcuni paesi sviluppati hanno tentato di rompere questo circolo vizioso tra crescita economica e sfruttamento delle risorse materiali ed energetiche. Questi paesi hanno iniziato a utilizzare minori risorse ed energia producendo risultati equivalenti e hanno ridotto al contempo la quantità di carbonio rilasciato per unità di energia. Questi fenomeni di dematerializzazione e decarbonizzazione hanno portato alla riduzione delle emissioni di gas serra. I principali motori di questo innovativo processo che ha cambiato le tecnologie e i comportamenti delle popolazioni e contribuito a interrompere il circolo vizioso possono ora aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le proprie emissioni via via che le loro economie crescono.

L'industria energetica ha tradizionalmente fatto affidamento sulla combustione di carburanti fossili ad alto contenuto di carbonio per generare elettricità. Tuttavia la transizione in atto porterà nel breve termine al ricorso a tecnologie di combustione del gas naturale più efficaci, unitamente alle fonti di energia rinnovabile: l'economia sembra quindi puntare verso un futuro in cui le emissioni afferenti al settore energetico continueranno a calare, indipendentemente dagli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni.

Per quanto riguarda invece il settore manifatturiero, importanti insegnamenti possono essere tratti dalla natura. L'ecologia industriale è un ambito di ricerca che studia i parallelismi tra i sistemi industriali e quelli naturali e suggerisce quali processi l'industria potrebbe adottare. Ad esempio, in natura non vi è spreco di materia: qualsiasi cosa si riveli non necessaria in un determinato processo viene riciclata e trasformata per essere utilizzata altrove. I prodotti di scarto divengono quindi le fondamenta di un nuovo processo, all'interno di un sistema più ampio alimentato dall'energia solare.

Si fa sempre maggiore ricorso alla "valutazione del ciclo di vita" (Lifecycle assessment, LCA) per capire come il riutilizzo e il riciclaggio di energia e materiali possano contribuire alla riduzione delle emissioni. La LCA considera l'uso complessivo di energia e le emissioni nell'aria, acqua e suolo quali indicatori di potenziale danno ambientale. Integrare la LCA nei processi decisionali può portare a benefici ambientali e favorire il risparmio di risorse, incoraggiando il ricorso ad alternative più economiche e meno inquinanti.

Anche altri settori svolgono un ruolo nella riduzione delle emissioni future. Il Consiglio europeo ha stabilito l'ulteriore riduzione delle emissioni provenienti da settori non coperti dal sistema ETS del 30 % rispetto al 2005. La Decisione sulla condivisione degli sforzi (Effort Sharing Decision, ESD) stabilisce obiettivi annuali vincolanti per i singoli Stati membri, i quali devono ridurre tutte le emissioni in settori quali i trasporti, l'edilizia, l'agricoltura e i rifiuti entro il 2020. I trasporti sono tra le principali fonti di emissioni non coperte dall'ETS dell'UE. La riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti resta limitata, così come la riduzione delle emissioni ai sensi delle politiche in atto nel settore agricolo.

Anche le nostre città e case devono fare la propria parte

La mitigazione dell'impatto ambientale non si limita certo a incontri di settore o al mero raggiungimento di obiettivi. A livello nazionale, locale e individuale tutti possiamo fare la nostra parte: in particolare, le città e i singoli devono ridurre le proprie emissioni.

Le città sono in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Nel marzo del 2015 i leader di 30 città europee hanno pattuito di utilizzare il proprio potere di acquisto di 10 miliardi di euro l'anno per l'acquisto di prodotti e servizi eco-compatibili in settori che generano ingenti quantità di emissioni, quali i trasporti, il riscaldamento degli interni e la fornitura di energia. L'iniziativa è complementare al Patto dei sindaci, un movimento europeo nell'ambito del quale le autorità locali e regionali si impegnano, su base volontaria, ad aumentare l'efficienza energetica e il ricorso a risorse rinnovabili sui propri territori. Al momento 6 279 firmatari hanno aderito al patto il cui fine è raggiungere e superare l'obiettivo UE della riduzione del 20 % delle emissioni entro il 2020.

Anche il comportamento delle famiglie è fondamentale: i trend di consumo possono influire sulle emissioni sia direttamente sia indirettamente. Tra il 2000 e il 2007 le famiglie hanno acquistato sempre più prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale per euro di spesa. In particolare, in questo periodo si è verificato l'aumento dell'acquisto di case, sistemi di fornitura dell'acqua, trasporti, cibi, bevande analcoliche, elettricità e altri carburanti maggiormente rispettosi dell'ambiente. Tuttavia, l'aumento della spesa totale in molte di queste categorie di consumo potrebbe avere influito sui buoni risultati ottenuti.

Queste modifiche nelle abitudini di consumo, insieme al miglioramento dei processi di produzione e dei servizi, hanno portato a una riduzione delle emissioni di gas serra in tutte le categorie di consumo sottoposte a indagine. Tuttavia, se il consumo complessivo globale continua a crescere, occorre proseguire nella direzione di un maggiore risparmio energetico e verso abitudini di consumo meno impattanti sull'ambiente. Inoltre, è necessario non sottovalutare l'impatto del consumo europeo di beni prodotti al di fuori dell'UE.

Dagli obiettivi globali all'azione sul campo

In definitiva, il messaggio complessivo è chiaro: raggiungere un accordo sul clima alla COP21 è essenziale. Il raggiungimento di tale accordo costituirà un enorme passo avanti nel prefissare obiettivi in materia di riduzione delle emissioni e nel fornire indicazioni chiare circa quanto è necessario fare sia nell'ambito della mitigazione del cambiamento climatico sia in quello dell'adattamento. Tuttavia, stabilire obiettivi di riduzione condivisi non è sufficiente a fermare il cambiamento climatico.

Per raggiungere questi obiettivi, è necessario adottare politiche ben delineate, ambiziose e vincolanti in materia di riduzione delle emissioni. Tali politiche dovrebbero agire da catalizzatori affinché le industrie e le famiglie riducano le emissioni rilasciate nel corso dei processi di produzione e consumo. È evidente che le emissioni generate dalle attività economiche sono strettamente legate alle nostre abitudini di consumo.

Le autorità locali, le famiglie e i singoli possono esercitare una notevole pressione sui sistemi di produzione attuali. Ridurre i nostri consumi e favorire prodotti e servizi con un minore impatto ambientale cambierà il modo in cui tali prodotti e servizi vengono prodotti e venduti. Per contrastare il cambiamento climatico dobbiamo iniziare ad agire nelle nostre case.

Gli sforzi compiuti dall’Unione europea per ridurre le emissioni di gas serra stanno dando i risultati sperati. Infatti, l’UE sarà probabilmente in grado di raggiungere il suo obiettivo unilaterale di riduzione del 20 % delle emissioni rispetto al 1990 prima della scadenza prefissata del 2020. Inoltre, l’UE intende ridurre le emissioni interne di almeno il 40 % entro il 2030 e decarbonizzare ulteriorimente la propria economia entro il 2050. L’UE attualmente è responsabile di circa il 10 % delle emissioni globali di gas serra.

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