Strumenti personali

prossimo
precedente
voci

Vai ai contenuti | Vai alla navigazione

Sound and independent information
on the environment

Tu sei qui: Home / Segnali – Benessere e ambiente / Segnali 2011 / Articoli / Consumo insos tenibile

Consumo insos tenibile

Cambia la lingua
Messaggio chiave: un’importante motivo per cui il consumo incide negativamente sull’ambiente e comporta un uso eccessivo di risorse è da vedere nel fatto che i costi relativi al degrado dell’ambiente e delle risorse a carico della società non si rispecchiano del tutto nei prezzi dei prodotti e dei servizi. Molti prodotti sono economici, benché danneggino l’ambiente, gli ecosistemi o la salute umana. (SOER 2010)

 Image © EEA/John McConnico

«Una sera, sul tardi, il fumo ha iniziato a soffiare sulla fattoria. Era uno spettacolo tutt’altro che piacevole. La cenere cadeva come la neve», afferma Guðni Þorvaldsson, responsabile di un’azienda familiare nell’Islanda meridionale, ad appena 8 km di distanza dal vulcano Eyjafjallajökull. «Abbiamo dovuto spostare le pecore, gli agnelli e alcuni dei cavalli che erano nelle stalle. Le pecore dovevano essere controllate ogni tre ore perché era il periodo dell’agnellatura. Tutto aveva un colore grigio. I pezzi di cenere più grandi misuravano tre centimetri. Ho lasciato le mie impronte su di essi, come se fossero neve».

Guðni Þorvaldsson e il resto della popolazione islandese erano ben preparati alla grande eruzione del vulcano Eyjafjallajökull avvenuta nel marzo 2010. Un sofisticato sistema di controllo che si avvale della tecnologia del posizionamento globale via satellite misurano continuamente le dimensioni dei vulcani attivi in Islanda. Le rilevazioni suggerivano che il vulcano stava crescendo in altezza e questo era un segnale sicuro dell’attività vulcanica all’interno della montagna. Questa situazione è stata confermata da altre attività di controllo. Insieme a un efficace sistema di informazione del pubblico, questa tecnologia dimostra il grande valore delle informazioni ambientali.

Il resto del mondo forse non era altrettanto preparato. In pochi giorni si sono avuti impatti a livello globale, soprattutto a causa della massiccia nuvola di cenere formatasi dopo l’eruzione e dei suoi effetti sul traffico aereo. La cenere è salita a un’altezza di 20 000–36 000 piedi, la stessa altitudine a cui volano gli aerei. In Europa lo spazio aereo è stato chiuso e questo, a sua volta, ha impedito il decollo di aerei diretti in Europa provenienti anche da luoghi distanti come da Sydney. L’associazione internazionale per il trasporto aereo ha stimato una perdita di introiti per le compagnie aeree pari a 200 milioni di dollari USA al giorno.

Quasi tutte le industrie basate sul trasporto aereo sono state colpite da questo fenomeno. In Kenya le piante, i fiori e le verdure coltivati per il mercato europeo sono marciti sotto il sole rovente, provocando perdite di milioni di euro. Si stima che nei primi giorni successivi all’eruzione, dieci milioni di fiori – soprattutto rose – siano stati gettati via. Le verdure, come asparagi, broccoli e fagiolini, sono state utilizzate come mangime per bestiame invece di giungere sulle tavole europee. Anche le forniture di tonno fresco provenienti dal Vietnam e dalle Filippine hanno iniziato a scarseggiare.

I cieli minacciosamente silenziosi che nell’aprile 2010 hanno coperto l’Europa hanno rammentato quanto normalmente sia intenso il traffico aereo. Le storie sui fiori e sulle verdure marciti in Kenya ci ricordano il luogo di provenienza di alcuni dei nostri fiori e delle nostre verdure. L’eruzione, infatti, ha evidenziato chiaramente il nesso esistente tra alcuni sistemi chiave, sia artificiali sia naturali, alla base della nostra società globalizzata.

La nostra grande impronta

L’impronta ecologica fa parte di una serie di misure adottate per illustrare le richieste dell’umanità nei confronti del pianeta. L’impronta ha i suoi limiti, ma è anche un concetto relativamente facile da comprendere. Essa stima l’area di terra e mare necessaria per fornire le risorse che usiamo e per assorbire i rifiuti che produciamo.

Nel 2003 l’impronta ecologica dell’Unione europea equivaleva a 2,26 miliardi di ettari globali o a 4,7 ettari globali a persona. Per contro, l’area produttiva totale dell’Europa era di 1,06 miliardi d’ettari globali o di 2,2 ettari globali a persona (WWF, 2007).

Se tutti i cittadini del mondo vivessero alla stregua degli europei, l’umanità avrebbe bisogno di oltre due pianeti e mezzo per fornire le risorse che consumiamo, assorbire i rifiuti che produciamo e consentire un certo margine di esistenza alle specie selvatiche (WWF, 2007).

Giornata del superamento delle risorse della Terra

La giornata del superamento delle risorse della Terra indica il giorno di calendario in cui il consumo di risorse ecologiche da parte dell’umanità registrato nell’anno considerato equivale a quello che la natura può produrre nell’arco di 12 mesi. È il giorno in cui la nostra «busta paga» collettiva si esaurisce e iniziamo a prendere in prestito le risorse dal pianeta.

Nel 2010 la rete dell’impronta globale ha valutato che entro il 21 agosto l’umanità aveva consumato tutti i servizi ecologici, dalla filtrazione di CO2 alla produzione di materie prime per alimenti, che la natura potrebbe fornire in sicurezza per tutto il corso dell’anno. Dal 21 agosto alla fine dell’anno le nostre richieste ecologiche sono state soddisfatte da stock di risorse in esaurimento e dall’accumulo dei gas a effetto serra nell’atmosfera.

Lo sapevi? Il consumo di risorse di un cittadino europeo supera di quattro volte quello di un cittadino dell’Africa e di tre volte quello di un cittadino dell’Asia, ma equivale alla metà del consumo di un cittadino degli Stati Uniti, del Canada o dell’Australia.

SOER 2010

Mantenere le nostre abitudini

Sia l’«impronta ecologica» che la «giornata del superamento delle risorse della Terra» rappresentano stime approssimative, ma noi sappiamo per certo che, negli ultimi decenni, la nostra domanda di risorse naturali a livello mondiale è aumentata drasticamente. Le principali cause sono state la crescita della popolazione, nonché l’aumento della ricchezza e dei consumi. La maggior parte della crescita della popolazione ha interessato i paesi in via di sviluppo, mentre i livelli più elevati di ricchezza e di consumo sono stati registrati nei paesi industrializzati.

In Europa noi manteniamo il nostro deficit ecologico, ossia la differenza fra la nostra impronta e la nostra biocapacità, importando prodotti e servizi provenienti da zone situate all’esterno dei nostri confini. Ci impegniamo anche a esportare alcuni dei rifiuti che produciamo ma, in sostanza, diventiamo sempre meno autosufficienti.

Come conseguenza del commercio globale crescente, le pressioni ambientali e gli impatti causati dal consumo nei paesi dell’UE saranno avvertiti sempre di più in altri paesi. Se una parte di questo cambiamento avviene nei paesi dell’Unione, una buona parte avviene si verifica al di fuori dei suoi confini ed esula dal mandato delle attuali politiche dell’UE legate alla produzione. Questo significa che stiamo esportando gli impatti del nostro consumo in paesi in cui la politica ambientale spesso è sottosviluppata, esercitando concretamente una pressione estrema sugli abitanti e sull’ambiente locali.

Il consumo globale sta provocando impatti notevoli e irreversibili sugli ecosistemi globali, come dimostra il fatto che ogni anno scompaiono 130 000 km2 di foresta pluviale tropicale. Inoltre, sin dal 1960 un terzo del terreno agricolo di tutto il mondo è stato abbandonato o esaurito in seguito allo sfruttamento e al degrado del suolo. *

Interrompere il ciclo

Dobbiamo fare uno sforzo maggiore per equilibrare la necessità di preservare il capitale naturale e usarlo per sostenere l’economia. A tal fine risulta fondamentale aumentare l’efficienza dell’uso delle risorse. Riconoscendo che le nostre domande di sistemi naturali sono attualmente insostenibili, si tratta sostanzialmente di ottenere il massimo con l’utilizzo di poche risorse.

È incoraggiante notare che in questo contesto gli interessi del settore ambientale possono coincidere con quelli del settore commerciale; le imprese prosperano o falliscono in base alla propria capacità di trarre il massimo valore dagli input ricevuti, proprio come la conservazione del mondo naturale e del benessere umano dipende dalla nostra capacità di realizzare di più utilizzando un numero limitato di risorse.

Attualmente l’uso efficiente delle risorse rappresenta un’iniziativa faro dell’UE, un elemento cruciale della strategia volta a realizzare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva entro il 2020. L’uso efficiente delle risorse coniuga i principi di buona gestione con quelli di buona pratica ambientale, cercando di raggiungere maggiori risultati con la riduzione dei rifiuti. Il principio è simile a quello seguito per combinare una dieta più sana con un regime di esercizi fisici: dopo un po’ di tempo si apprende che è possibile fare di più utilizzando meno elementi.

* Per ulteriori informazioni confrontare le valutazioni tematiche SOER «Consumo e ambiente»

Potere d’acquisto

I nostri modelli di consumo relativi all’alimentazione, allo stile di guida e al riscaldamento delle nostre case, generano direttamente pressioni ambientali. Di maggiore entità, tuttavia, sono le pressioni indirette che si sviluppano lungo le catene di produzione dei prodotti e dei servizi consumati. Questi potrebbero essere gli impatti dell’attività mineraria o dei raccolti, dell’acqua utilizzata per coltivare le colture, o del danneggiamento della biodiversità locale da parte di un’agricoltura intensiva o dell’inquinamento.

Quali consumatori, tuttavia, possiamo regolare i nostri impatti sull’ambiente, ad esempio acquistando cibi e fibre prodotti in modo sostenibile.

A livello globale, la produzione organica e l’«agricoltura di conservazione» stanno guadagnando popolarità e successo. Questa iniziativa del cotone di conservazione è solo uno degli esempi di approcci sostenibili alla produzione che allenta gli impatti sugli ambienti locali.

CottonInnovazione: indumenti

L’iniziativa per il cotone di conservazione
L’iniziativa per il cotone di conservazione in Uganda (CCIU) è stata lanciata dalla società di fabbricazione di indumenti etici EDUN, dalla Wildlife Conservation Society e da Invisible Children per creare comunità agricole sostenibili in Uganda.

«CCIU è ubicata in una delle zone più povere dell’Uganda, nel distretto di Gulu, area che sta superando una guerra civile, con milioni di sfollati. Il programma CCIU assiste gli agricoltori che stanno tornando alle loro terre fornendo loro strumenti di finanziamento e formazione per creare un’azienda cotoniera sostenibile», afferma Bridget Russo, direttore del marketing globale presso EDUN.

Gli agricoltori sono addestrati per ingrandire i loro campi coltivando una combinazione di colture per alimenti a rotazione, per soddisfare le esigenze di base delle loro famiglie, e il cotone, coltura smerciabile immediatamente per la quale esiste una domanda internazionale. Attualmente 3 500 agricoltori beneficiano del programma CCIU e vi sono piani per portare questo numero a 8 000 nei prossimi tre anni.

Questa collaborazione mira a migliorare i mezzi di sussistenza di comunità in Africa supportando gli agricoltori a dedicarsi a raccolti sostenibili di «cotone di conservazione».

Geographic coverage

Azioni del documento

Commenti

Abbonamenti
Registrati per ricevere le nostre relazioni (in formato cartaceo e/o elettronico) e la nostra newsletter elettronica trimestrale.
Seguiteci
 
 
 
 
 
Agenzia europea dell'ambiente (AEA)
Kongens Nytorv 6
1050 Copenaghen K
Danimarca
Telefono: +45 3336 7100