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Condividere le ricchezze della natura

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Degli 8,2 miliardi di tonnellate di materie prime utilizzate nel 2007 dai paesi dell’UE 27, i minerali hanno rappresentato il 52 %, i combustibili fossili il 23 %, la biomassa il 21 % e i metalli il 4 %. (SOER 2010)

A migliaia di chilometri di distanza dall’Europa, migliaia di camion avanzano lentamente nello Stato di Orissa, racchiuso nella baia del Bengala. Questa è l’India orientale, che in passato ha rappresentato la leggendaria sorgente di ricchezza mineraria per tutto il paese e un’importante fonte di materie prime per lo sviluppo industriale globale. Questa zona sta vivendo la sua rivoluzione industriale e ancora oggi possiede una delle maggiori quantità di minerali presenti nel mondo.

Le popolazioni tribali che vivono nella foresta di quest’area hanno molto da perdere e poco da guadagnare, poiché i loro diritti non sono mai stati stabiliti o pienamente riconosciuti. In un piccolo villaggio tribale ubicato nelle foreste che coprono il distretto di Gajapati, Gangi Bhuyan e suo marito Sukru Bhuyan vivono con la loro giovane famiglia nella foresta e nelle aree limitrofe.

Per un periodo di circa cinque mesi all’anno, essi nutrono la propria famiglia coltivando il piccolo appezzamento di terra di neanche mezzo ettaro situato ai margini della foresta che circonda Raibada, il loro villaggio. In questo periodo si servono della foresta anche per raccogliere verdure, semi, frutta, erbe medicinali e materiali da costruzione, tra cui l’erba. Per un periodo successivo di quattro mesi la foresta rappresenta ancora la principale fonte di cibo. Senza di essa morirebbero di fame. Nei tre mesi restanti sono costretti a emigrare verso grandi aree urbane quali Bangalore o Mumbai, dove lavorano come braccianti.

La ricchezza nel sottosuolo e la povertà sul suolo

Lo Stato di Orissa, situato nella zona peninsulare dell’India orientale che si affaccia sulla baia del Bengala, possiede una ricca varietà di minerali. Esso, infatti, è annoverato tra gli Stati più ricchi di risorse presenti nel paese. A livello qualitativo, i minerali presenti a Orissa sono considerati fra i migliori del mondo.

Con la sua abbondanza di riserve per lo più inesplorate di carbone, ferro, minerale di ferro, bauxite, cromite, calcare, dolomite, manganese, granite, stagno, nickel, vanadio e gemme, lo Stato sta compiendo un grandissimo passo verso l’industrializzazione. L’Orissa, inoltre, possiede un’importante quantità di alcuni minerali che costituiscono le riserve mondiali, non solo in termini di quantità, ma anche di qualità. Ecco il motivo per cui le compagnie internazionali stanno facendo a gara per accedervi.

Alcuni minerali vengono utilizzati in India, ma molti di essi sono esportati in altri paesi, tra cui Cina, Giappone, Sud Africa, Russia, Corea del Nord, Corea del Sud, Thailandia, Malaysia, Indonesia, Ucraina, Nepal, Stati Uniti e, ovviamente, i paesi dell’Unione europea (Ota, A. B., 2006).

Le «linee di faglia» del nostro mondo globale

Con la sua combinazione di ricchezza nel sottosuolo e povertà sul suolo, l’Orissa mostra diverse linee di faglia che caratterizzano il nostro mondo globale. Questo è un luogo d’incontro fra disuguaglianza, inarrestabile corsa verso le risorse naturali e migrazioni forzate. Se da un lato l’attività mineraria svolta a Orissa offre vantaggi economici alla zona, dall’altro i profitti non sono condivisi in modo equo. Le tribù della foresta pagano un costo molto elevato a causa di questa attività, poiché la stabilità delle loro case viene minacciata da compagnie minerarie sempre più intenzionate ad accedere alla loro terra.

Il 60 % delle popolazioni tribali dell’Orissa vive su un territorio al di sotto del quale si nasconde una grande ricchezza di minerali. Tradizionalmente, però, non hanno acquisito alcun diritto di proprietà su questa terra. Per un certo periodo le popolazioni tribali sono state allontanate dalla foresta per consentire l’attuazione di progetti di sviluppo economico, tra cui le attività minerarie. Negli ultimi decenni, però, la dimensione degli sfollamenti è cambiata e a partire dal 1991 sono stati registrati alcuni sviluppi economici che hanno aumentato sia il numero che la portata di tali sfollamenti (Ota, A. B., 2006).

Effetti crescenti derivanti dall’uso delle risorse in Europa

In Europa il nostro sviluppo economico e la nostra ricchezza dipendono fortemente dalle risorse naturali. L’attuale uso di risorse eccede la disponibilità locale e dipendiamo sempre di più dalle risorse provenienti da altre parti del mondo.

Infatti, oltre il 20 % delle materie prime utilizzate in Europa è importato. Indirettamente usiamo quantità più cospicue di materie prime dato che importiamo anche prodotti finiti fabbricati altrove.

La nostra dipendenza dalle importazioni risulta particolarmente elevata per quanto riguarda i combustibili e i prodotti minerari, ma l’Europa è anche un importatore netto di foraggio e di cereali, utili per la produzione di carne e latticini. Inoltre, più della metà degli approvvigionamenti di pesce dell’UE viene importata: dopo avere esaurito i nostri stock di pesce, stiamo facendo la stessa cosa altrove.

Le pressioni ambientali legate all’estrazione delle risorse e alla produzione di beni commerciali, quali rifiuti o acqua ed energia, influiscono sui paesi di origine. Gli impatti sulla risorsa possono avere un certo rilievo; nel caso dei computer o dei telefoni cellulari, essi possono occupare i gradini più alti di una scala di valori rispetto a quelli del prodotto stesso. Eppure, nonostante la loro importanza, tali pressioni si riflettono raramente nei prezzi o in altri segnali che orientano il processo decisionale dei consumatori.

Un ulteriore esempio di risorsa naturale integrata nei prodotti commerciali è costituito dall’acqua richiesta nelle regioni che esportano un gran numero di alimenti e derivati delle fibre. La loro produzione comporta un’esportazione indiretta e spesso implicita di risorse idriche. Ad esempio, l’84 % dell’impronta idrica dell’UE legata al cotone si trova al di fuori dell’Unione, specialmente in regioni povere di acqua dove si utilizzano sistemi d’irrigazione intensiva.


Per saperne di più e avere un elenco completo di riferimenti, si può consultare la relazione SOER 2010 al seguente indirizzo Internet:
www.eea.europa.eu/soer/synthesis


Dove vanno a finire i benefici della natura

Le risorse naturali sono collegate a una serie di questioni ambientali e socioeconomiche.

L’economia degli ecosistemi e della biodiversità (processo TEEB) – un’importante analisi del rilevo economico della biodiversità a livello globale – fa luce sui legami esistenti tra la perdita di biodiversità e la povertà.

I ricercatori TEEB hanno cercato di individuare i beneficiari immediati di molti dei servizi offerti dagli ecosistemi e dalla biodiversità. «La risposta», scrive Pavan Sukhdev, capo dell’iniziativa per l’economia verde UNEP, «è che si tratta per lo più dei poveri. I mezzi di sussistenza più colpiti sono l’agricoltura di sussistenza, l’allevamento, la pesca e la silvicoltura informale: la maggior parte dei poveri presenti nel mondo dipende da loro» (CE, 2008).

In India, l’impatto della perdita di biodiversità determina serie conseguenze anche per le donne, poiché agisce pesantemente sul loro ruolo di addette alla raccolta dei prodotti della foresta. Alcuni studi condotti nelle regioni tribali di Orissa e Chattisgarh hanno rivelato come la deforestazione abbia provocato la perdita di mezzi di sussistenza, abbia costretto le donne a percorrere una distanza quattro volte superiore alla solita per raccogliere i prodotti della foresta e abbia impedito loro di reperire le erbe medicinali, purtroppo distrutte. Questa perdita riduce il reddito, aumenta la fatica del lavoro e incide sulla salute fisica. Esistono anche prove attestanti che lo status delle donne all’interno della famiglia è più elevato nei villaggi ubicati nella foresta, dove il loro contributo al reddito familiare è maggiore rispetto a quello registrato nei villaggi privi di risorse naturali (Sarojini Thakur, 2008).

Spesso in Europa siamo messi al riparo dagli impatti diretti del degrado ambientale, almeno per un periodo di breve termine. Per i poveri, invece, che dipendono direttamente dall’ambiente per quanto concerne le esigenze di cibo e alloggio, gli effetti possono essere gravi. Solitamente sono le fasce più deboli della società a sopportare il peso maggiore della distruzione dei sistemi naturali, traendone pochi benefici, se non nessuno.

In genere le perdite annue di capitale naturale sono stimate come una percentuale insignificante del prodotto interno lordo. Tuttavia, se le riformuliamo in termini umani, basandoci sul principio di equità e sulla nostra conoscenza dei luoghi di destinazione dei benefici della natura – vale a dire con riferimento ai poveri –, allora l’argomento a favore di una limitazione di queste perdite acquista un’importanza notevole.

Questa considerazione vale per tutto il mondo. Si tratta del diritto di tutti i poveri del mondo di possedere i mezzi di sussistenza provenienti dalla natura, che costituiscono metà o più del loro benessere e non possono essere sostituiti (CE, 2008).

ForestCapitale naturale e servizi ecosistemici

I concetti di «capitale naturale» e «servizi ecosistemici» sono alla base delle discussioni sul rapporto del genere umano con l’ambiente. Per comprenderli è utile riflettere su ciò che i sistemi naturali fanno realmente per noi.

Prendiamo ad esempio le foreste. Esse possono offrire ogni sorta di cibo, che va dalla frutta, al miele, ai funghi, alla carne ecc. Se gestite in modo adeguato, possono fornire anche un flusso sostenibile di risorse per l’economia, come il legname. Ma le foreste fanno molto di più. Gli alberi e le piante, ad esempio, aiutano a garantire un clima localmente e globalmente sano, assorbendo gli agenti inquinanti e i gas a effetto serra, mentre i suoli delle foreste decompongono i rifiuti e purificano l’acqua. Le persone, inoltre, spesso viaggiano verso luoghi lontani per godersi la bellezza e la tranquillità delle foreste o dedicarsi a passatempi come la caccia.

Tutti questi servizi, volti a fornire cibo e fibre, a regolare il clima ecc., risultano preziosi. Saremmo costretti a sostenere costi elevati per avere macchine in grado di fare le stesse cose; per questo dovremmo pensare agli ecosistemi come a una forma di capitale che fornisce servizi a chi lo possiede, ma spesso anche ad altre persone vicine e lontane (come nel caso della regolazione del clima). In sostanza, se vogliamo che il nostro capitale naturale continui a fornire questi preziosissimi servizi, dobbiamo impegnarci a mantenerlo, cercando di non sovrasfruttare l’ecosistema e di non inquinarlo eccessivamente.

Il valore della biodiversità nelle nostre foreste

Il motivo principale della perdita di biodiversità nelle foreste è dovuto alla mancanza di comprensione totale del suo valore. Ad esempio, la decisione di trasformare un ettaro di foresta ricca di biodiversità in terreno agricolo o edificabile si basa solitamente su vantaggi immediati. L’attenzione sui numerosi servizi ecologici non misurabili forniti da questi ecosistemi risulta scarsa.

Medicinali derivati dalle foreste indiane

Oltre a una flora e a una fauna molto ricche, l’India possiede uno dei patrimoni di piante medicinali più cospicuo del mondo. Circa 8 000 specie di piante sono regolarmente utilizzate come medicinali dagli abitanti dell’India. Il 90–95 % di esse proviene dalle foreste, ma il sistema farmacologico del paese ne documenta ufficialmente meno di 2 000. Pur non essendo documentate, le informazioni relative alle altre piante sono tramandate oralmente e fanno parte della cultura popolare. Solo 49 specie sono usate nella medicina moderna.

La biodiversità è una forma di assicurazione contro le malattie umane, una banca di conoscenze in possesso di potenziali cure per malattie come il cancro o l’AIDS. La corteccia dell’albero cinchona, ad esempio, contiene una sostanza utilizzata per combattere la malaria. La cosa grave e che spesso ignoriamo quale perdita rappresenti per la società l’estinzione di una specie.

Questa sezione si basa sulla relazione Green accounting for Indian states project: the value of biodiversity in India’s forests (Contabilità verde per i progetti degli Stati indiani: il valore della biodiversità nelle foreste indiane) (Gundimeda e a., 2006).

Il potere di restare fermi

Spesso la globalizzazione è caratterizzata dalla circolazione, ad esempio di persone, merci, ricchezza e conoscenza. Solitamente lo stare fermi non rientra fra i diritti umani che consideriamo prioritari, ma gli abitanti delle foreste di Orissa e molte altre persone spesso desiderano solo questo:poter rimanere dove sono, nel luogo che garantisce loro cibo, riparo, contatti con la famiglia e relazioni con la tribù, ossia quel luogo in cui, per generazioni, si sono sentiti sicuri e protetti.

Infatti, mentre ondate di persone si spostano verso le città e le zone urbane, dovremmo pensare a metterle in condizione di restare nel luogo in cui trovano.

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